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IL KOREANO
24/10/09
Intervista a FABIO BUSSOTTI

K.:
Fabio, quando hai avvertito un primo accostamento verso il mestiere
d'attore?
F.B.:
Quand'ero ragazzo. Una delle mie principali occupazioni al mio
paese, che è Trevi, era andare al Teatro Clitunno con un gruppo di
amici e cercare di fare un po' di teatro così... alla paesana. Al
tempo, era solo un hobby. E' diventato un mestiere e anche un po' la
mia vita quando, nell'ottobre del 1982, dunque quando avevo
diciannove anni, abbandonai gli studi di medicina all'Università di
Perugia e fui preso alla Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio
Gassman e Giorgio Albertazzi: da lì ho cominciato a fare l'attore. A
casa attendono ancora il medico: possono continuare,
perché non arriverà.
K.:
Nel 1983 ti diplomi in recitazione appunto alla Bottega Teatrale,
dove trovi come insegnante, oltre ai suddetti Gassman e Albertazzi,
Adolfo Celi. Com'è stato, per un adolescente, avere come guide dei
professionisti di quel calibro?
F.B.:
E' stata una ricchezza che non si può paragonare con niente adesso,
perché vedo che i giovani che oggigiorno frequentano le scuole di
teatro, con tutto il rispetto, non hanno quella qualità che c'era
allora. Fu un momento felice e irripetibile per il teatro italiano,
quello degli anni ottanta, perché in quel periodo si investiva sui
giovani e i grandi maestri erano disposti ad aprire le scuole.
Ricordiamoci che in quel periodo non c'era solo la Bottega Teatrale
di Firenze: Gigi Proietti a Roma apriva il suo laboratorio, Eduardo
De Filippo apriva un laboratorio a Firenze insieme ad Orazio Costa,
e anche lui, sempre nella stessa città, apriva la sua scuola.
Dunque, i grandi maestri cominciavano a lavorare sulle nuove
generazioni e le compagnie teatrali avevano bisogno di giovani
talenti. Tutto ciò è durato per pochi anni, dopodiché è cominciato
un lento declino che ci ha portato in un abisso del nulla. Quindi mi
reputo un fortunato, perché i ragazzi di adesso non hanno la fortuna
di lavorare con un maestro del livello di Adolfo Celi, che per me è
stato forse uno dei più importanti.
K.:
Nel 1984, la Maura International Film di Paolo Villaggio finanzia
l'opera prima di Claudio Risi, figlio e fratello d'arte. Da un
soggetto di Ugo Liberatore, nasce la storia di un ragazzo
australiano che si ritrova costretto a riconquistare la barca a vela
persa al gioco dallo zio. Come entrasti in contatto con la
produzione di "Windsurf - Il vento nelle mani", il film che segna il
tuo esordio sul grande schermo?
F.B.:
Fu una cosa molto normale, all'epoca, nel senso che feci un provino.
Lia Limena, famosa agente romana molto conosciuta nell'ambiente, mi
disse: "Devi andare alla Maura Film", che al tempo stava
sulla Cassia. Andai e subito capii che Claudio Risi cercava un tipo
come me, vinsi facilmente quel provino. Il contratto, poi, era
astronomico, una cifra che non avevo mai visto: guadagnai tra i
quattro e mezzo e i cinque milioni di Lire per quel film, una cosa
incredibile! Mi ricordo bene che pensai: "Guarda che contratto! E'
la svolta!", e invece non era la svolta manco per niente. Era un
inganno, uno dei tanti.
Quando parlai ai miei colleghi del provino vinto, mi mandarono
subito a quel paese. Uno mi disse: "Eh, tu con quel naso! Certo!".
Io questa me la sono segnata: che vuol dire? Tutti i nasoni vincono
gli Oscar? Non l'ho capito, quel discorso.

K.:
Nel film, Nicoletta Elmi interpreta Alice, la compagna del tuo
personaggio, una ragazza particolarmente ingenua che, per diletto,
distribuisce in spiaggia gelati cosiddetti "ortofrutticoli". Ricordi
il primo incontro con Nicoletta? In che modo condividevate il set?
F.B.:
Il primo incontro onestamente non lo ricordo. Ricordo però che lei
aveva sempre un sorriso dolcissimo e una gentilezza e una grazia
naturali. Non era per niente "cinematografara". Era una ragazza
dagli occhi chiari e dolci che corrispondeva perfettamente al
personaggio che, ovviamente, aveva accenti grotteschi. Lei aveva una
sua poesia e conferiva ad Alice quella fisionomia paradossale che
dava molto alla sceneggiatura che, per dirla tutta, non era
Hemingway.
Devo dire però che la trovata migliore è certamente Nicoletta
abbinata al mio personaggio: facevamo una coppia totalmente
improbabile, due figure un po' metafisiche, un po' peynet, un
po' poetiche, un po' curiose che forse sono tra le cose meno ovvie
di un film che invece è costruito su modelli stereotipi. Apparivamo
totalmente asessuati, in realtà potevamo essere due fratelli!
Eravamo una cosa stranissima, un duo di una comicità leggera e per
niente volgare, che ricordo con molto affetto.

K.:
Ricordi il modo in cui Nicoletta si poneva nei confronti del suo
personaggio? Pensi che ci si rispecchiasse, in qualche modo?
F.B.: Lo
risolveva con simpatia, con leggerezza. Lei era un po' ferma,
statuaria, aveva un aspetto fanciullesco. Ricordava certe donne
della pittura pre-raffaellita: aveva i capelli rossi e lunghi ed era
magra in volto.
Diceva delle cose stranissime e senza calcare: "Gelato all'ortica
con dentro le melanzane", e lo diceva con un modo di fare molto
british che le veniva dalla sua educazione e dalla sua famiglia,
che tra l'altro conobbi una volta che andai a casa sua. Era una
gentilezza d'educazione ma anche naturale, che le permetteva di dire
delle cose buffe rimanendo nella sua poesia. Certamente una delle
cose più riuscite del film è proprio la sua interpretazione.
K.:
Non c'è ombra di dubbio sul fatto che la pellicola giri attorno alla
figura di Pierre Cosso, ragazzo francese scoperto da Claude Pinoteau
ne "Il tempo delle mele 2" (1982). Lui stesso, qualche anno fa, si è
definito, riferendosi al periodo specifico, come "un piccolo
arrogante". Avere come collega uno dei sex symbol del momento ha
influito in qualche modo durante la lavorazione?
F.B.:
Assolutamente no, non ci pensavo proprio a questo aspetto. Sapevo
che era un attore in quel momento desiderato dalle ragazzine,
diciamo lo Scamarcio di quei tempi... Però, sinceramente, per me era
un compagno di lavoro molto carino, leale, cortese, simpatico. Siamo
usciti a cena diverse volte, andavamo a mangiar la pizza con molta
semplicità. Ad ogni modo, penso che lui soffrisse un po' il fatto di
essere relegato a questo tipo di successo per ragazzine, tant'è vero
che, come attore, si è dovuto reinventare completamente, come fece
John Travolta per uscire da "La febbre del sabato sera". Nel campo
francese ed europeo, Pierre si è reinventato e ha dimostrato di
essere un attore. Quando esci dallo stereotipo puoi rilanciare il
gioco, ci puoi provare. Lui c'ha provato e ci è riuscito. Mutatis
mutandis.

K.:
Secondo te, perché le aspettative della produzione non furono
soddisfatte ai botteghini, seppur la presenza, appunto, di un attore
allora in voga come Cosso?
F.B.:
Guarda, le ragioni del successo o dell'insuccesso nessuno le sa.
Puoi anche sviscerare diversi motivi, ma non arrivi mai a capire la
ragione vera. Io penso, comunque, che il film fosse troppo furbo. I
produttori pensavano di cavalcare l'onda del successo de "Il tempo
delle mele" prendendone il protagonista, trasferendo l'azione in
Italia e facendo delle storie d'amore con dei comici in mezzo, ma in
realtà la confezione era troppo scopertamente furba: il pubblico non
abboccò all'amo subito. Solo nelle riproposizioni televisive il film
ha avuto degli ascolti alti, tant'è vero che lo rimandarono per
molti anni. C'era gente che mi veniva a dire: "T'ho visto ieri in
TV!". Ieri... insomma, vedevano mio figlio ad un certo punto, perché
quando lo girai ero giovanissimo, e rispondevo: "Sì sì, quello è un
mio parente... Non sono io, è una questione di omonimia...
Lasciatemi in pace...".
K.:
C'è qualche ricordo che ti torna alla mente, ripensando a Nicoletta,
dentro e fuori dal set?
F.B.:
Ricordo una passeggiata sulla spiaggia. Era una mattina che non si
lavorava, lei mi chiese del mio lavoro, del teatro, di Gassman, e io
le dissi un po' di stupidaggini. Parlai più io, come succede spesso
quando si è troppo giovani e un pochino cretini: avrei dovuto
lasciar parlare lei, che forse aveva cose più interessanti da dire.
Ricordo la luce, i suoi capelli lunghi e rossi che riflettevano il
sole, il mare, un po' di vento, e che avrei voluto darle un bacio,
ma fui troppo timido, in quell'occasione.
K.:
Dopo "Windsurf", Fabio Bussotti comincia a farsi strada in alcune
produzioni cinematografiche d'autore, fra cui "Intervista" (1987),
di Federico Fellini e "Francesco" (1989), di Liliana Cavani, film
che gli è valso il Nastro d'Argento del SNGCI (Sindacato Nazionale
Giornalisti Cinematografici Italiani, Ndr) quale Miglior
attore non protagonista. Cosa porta un riconoscimento in casa di un
attore?
F.B.:
Porta un po' di euforia, ed è talmente forte che non la controlli.
Poi, passato quel momento, fai i conti col fatto che questi premi
non vogliono dir niente. Noi facciamo, soprattutto in Italia, un
mestiere che ogni volta che fai qualche cosa e la finisci, devi
ricominciare da capo. Non ti è riconosciuto niente, non acquisisci
un punteggio nella tua carriera. Il cinema, poi, è spietato: un
periodo ti fa
lavorare per una sorta di conformismo che c'è tra i
casting o i registi odierni. Poi, improvvisamente, ti dimentica, e
non c'è una ragione precisa. I premi sono così, sono schizofrenici.
C'è un momento di euforia che ti fa sentire chissà chi, ma non
contano nulla. Devi andare avanti e ricominciare da capo facendo
finta di non aver vinto niente. E' come segnare un gol in una
partita: l'allenatore dovrebbe dire "State calmi ragazzi. Facciamo
finta che stiamo ancora zero a zero." Bisognerebbe fare così anche
con i premi.
Ad ogni modo, la prima telefonata che ricevetti dopo la vittoria del
Nastro d'Argento, fu proprio di Nicoletta, che mi rintracciò nella
casa dei miei genitori, in Umbria. Cercò il numero e lo trovò,
perché lei aveva solo il mio recapito telefonico di Roma. Mi fece
una telefonata molto carina, molto affettuosa, dicendo: "Io l'avevo
visto il tuo talento, sapevo che ce l'avresti fatta, che avresti
vinto dei premi, e ti auguro tanta fortuna." Io rimasi commosso,
perché fu una cosa gentile e spontanea, di cuore. Le dissi: "Guarda,
io non merito tante cose, credo di aver fatto un buon film, di aver
fatto un buon lavoro. Adesso, però, sei molto gentile e mi
imbarazzo." I complimenti mi hanno sempre imbarazzato, ma lei me li
fece con molto affetto. Quella telefonata non la scorderò mai. Per
questo adesso la voglio rintracciare.
K.:
Oltre al cinema, per Fabio c'è anche il teatro. Forse
principalmente. Come abbiamo già detto, inizi sotto la direzione di
Gassman, con il quale collabori per rappresentazioni quali il
"Macbeth" di Shakespeare, "L'uomo dal fiore in bocca" di Pirandello
e "I misteri di Pietroburgo", nel quale ritroviamo come co-regista
Adolfo Celi. Da qualche anno, ti abbiamo visto autore e regista con
spettacoli come "Remoti controlli", "Tam Tam Tabarin", "Viva
l'Italia", "Il mio paese è l'Italia", "Tutte le tue creature",
"L'Ulisse di Borges" e "Uscita di sicurezza". Quest'anno, hai
partecipato assieme ad Alessandro Gassman e al nostro amico Giacomo
Rosselli ad una messinscena de "La parola ai giurati", di Reginald
Rose. Cosa significa per te la parola "teatro"?
F.B.:
Non lo so, adesso ci sono invischiato. Hai tempi di "Windsurf - Il
vento nelle mani", quando ho conosciuto Nicoletta, per me era una
ragione di vita. Forse avevo bisogno del teatro anche da un punto di
vista terapeutico, per vincere le timidezze e per affrontare la
vita. Adesso, a quarantasei anni suonati, il teatro ha un altro
significato. Già il mestiere dell'attore di teatro mi sta stretto e
raramente mi diverto. Ne "La parola ai giurati" mi divertii molto,
perché era bello il personaggio, era bella la messa in scena, i
compagni erano formidabili, ma il momento in cui ti diverti è sempre
più raro, perché probabilmente si è sempre più esigenti. Il teatro è
un lavoro empirico e artigianale, bisogna affrontarlo giorno per
giorno, andare avanti, vedere che cosa succede. Le soddisfazioni
sono sempre minori, perché uno è sempre più ambizioso. Ambizioso non
per la carriera, ma per la qualità del lavoro, sia chiaro, perché
della carriera non me ne importa più niente, vorrei sopravvivere e
basta.
K.:
Nel 2008, la casa editrice Sironi distribuisce il tuo primo romanzo,
intitolato "L'invidia di Velasquez", un thriller incentrato in
principal modo sul suddetto pittore e sulla sua opera "Las Meninas",
nota anche col titolo di "Quadro di famiglia". Com'è nata l'idea di
affrontare il mondo della letteratura?
F.B.:
E' nata un pochino per caso. "L'invidia di Velasquez" era in origine
la sceneggiatura per un thriller internazionale. Io l'ho presentata
a qualche produttore, ma quando hanno capito che era ambientato un
po' a Roma, un po' a Siviglia e un po' a Madrid, sono svenuti per
paura dei costi, come tu ben sai. Io, per non buttare la storia, ho
trasformato la sceneggiatura in un romanzo, e mi sembrava carino.
Alla fine mi sono detto: "Guarda, secondo me chi lo legge si
diverte." Non ho pretese letterarie, io. Uno che fa un viaggio in
treno da Roma a Milano o viceversa, se lo legge e si diverte. Con
questo spirito l'ho presentato a qualche editore, e Sironi ha detto
sì. Adesso preparatevi, che arriva il secondo.
K.:
Possiamo quindi concludere con una domanda ormai consueta. Ci sono
dei progetti che senti di voler condividere con i nostri lettori?
F.B.:
Sì. Il prossimo romanzo, appunto, si intitola "Il cameriere di
Borges", una storia rocambolesca spero divertente come "L'invidia di
Velasquez". Inizia con Che Guevara e finisce con Borges, e in mezzo
c'è un fottio di vicende, più o meno curiose, che divertiranno.

Fabio Bussotti nasce a Trevi (PG) il 29 Gennaio del 1963 (Acquario).
E' diplomato in lingue al Trinity College di Oxford e in recitazione
alla Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman e Giorgio
Albertazzi. Nel 1989, vince il Nastro d'Argento come Miglior attore
non protagonista per la pellicola "Francesco" (1989), di Liliana
Cavani. Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo, "L'invidia di
Velasquez" (ed. Sironi).
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