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IL KOREANO
14/03/09
Intervista a GIACOMO ROSSELLI

Fotografia pubblicata per gentile concessione di Rossella Ferrigno
K.:
Giacomo, quando hai sentito un primo avvicinamento verso l'arte
della recitazione?
G.R.:
In un momento molto, molto preciso. Nel 1975 vidi un film famoso
all'epoca, "Taxi Driver", e c'era la parte di questa ragazzina
prostituta, interpretata da Jodie Foster.
Mi innamorai di lei, e da quel momento anch'io volli fare l'attore.
Cominciai anche a ritagliare qualche fotografia, di quel set.
K.:
Parliamo del 1979, anno fondamentale per la tua carriera. Debutti
come protagonista nel film "Improvviso", scritto e diretto da Edith
Bruck. Che colori avevano le luci dello spettacolo, per un
diciottenne?
G.R.:
Ricordo che quel periodo lì era molto, molto bello. Io venni a Roma,
nel 1977, perché mio cugino, già attore, aveva un buon rapporto con
un agente cinematografico. Portai le mie fotografie a quest’agente,
pensando però che rimanessero lì. Invece mi chiamò, feci qualche
incontro, e Edith Bruck, scrittrice ungherese (recente vincitrice
del premio "Viareggio" sezione narrativa, Ndr), mi scelse per
il suo film, "Improvviso" appunto, che raccontava di un reale fatto
di cronaca, in cui un giovane musicista, in un impeto di follia,
uccide una donna su un treno. Il film venne presentato alla mostra
del cinema di Venezia e ottenne anche critiche lusinghiere, ma ebbe
poi scarsa visibilità. Ad ogni modo, fu un'esperienza splendida,
cominciare con un ruolo da protagonista. E' una cosa che può
capitare quando sei molto giovane, se ha il viso giusto per il
ruolo...
Ebbi peraltro la fortuna di conoscere due attrici importanti, sul
set: una era Andréa Ferréol, attrice francese molto brava, che
rivestiva il ruolo di mia madre, l'altra invece era Valeria Moriconi,
grande attrice del teatro italiano. Mi propose di partecipare al suo
prossimo spettacolo, ed io naturalmente accettai entusiasta. Così,
dopo la presentazione di "Improvviso" a Venezia, cominciò
l'avventura teatrale con la Moriconi e un grande regista di nome
Franco Enriquez. Fu molto bello.
K.:
All'inizio del decennio successivo, vieni chiamato a partecipare
alle commedie di alcuni dei registi più gettonati del periodo, fra
cui i fratelli Vanzina e Castellano e Pipolo. Cos’ha portato il
Giacomo Rosselli attore sulla strada del cinema disimpegnato?
G.R.:
Guarda, non ci sono delle scelte precise. Un attore porta con se un
book fotografico e un curriculum, con cui gira come una specie di
rappresentante. Furono loro interessati a me, ma se per assurdo
l'interesse fosse venuto da un altro tipo di cinema, avrei fatto
quello. Non c'era una scelta, dietro tutto ciò. In seguito, ho
capito che il cinema quando è bello è sempre impegnato. Come tutte
le cose.
Feci poi un film per la regia di Giuliano Carnimeo, ed ero uno dei
protagonisti, assieme ad Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma,
all'epoca totalmente sconosciuti: il film si chiamava "Zero in
condotta", e lo girammo durante l'estate del 1983. Durante le
riprese si creò un bella atmosfera con gli altri attori e per quel
periodo diventammo inseparabili. Altro lato bello e struggente del
nostro mestiere: per un periodo si condivide tutto con un gruppo di
persone, poi finito il lavoro si scende e si sale su un altro
battello. E si ricomincia. Ad ogni modo, sul quel set vennero i
registi Castellano e Pipolo che cercavano un personaggio per il
ruolo del fidanzatino di Federica Moro, nel film "Segni particolari:
bellissimo", e scelsero me.
Con i Vanzina, invece, tutto cominciò perché un amico di mio padre
conosceva un loro aiuto regista. Io ero impegnato allora in un'altra
tournée teatrale con Valeria Moriconi, e lui mi disse: "Ma perché
non torni a Roma e ti fai vedere? I Vanzina stanno preparando due
film". Non ne avevo molta voglia, perché con la compagnia stavamo a
Bologna, e avrei dovuto prendere il treno e viaggiare di notte.
Fatto sta che l'ho fatto, e i film in questione erano appunto
"Amarsi un po'..." e "Vacanze in America". Feci soltanto un incontro
con l'aiuto regista e poi mi chiamarono.
K.:
Come vedi questi film, a distanza di anni?
G.R.:
Con piacere, con piacere. Anche se ormai fanno parte di una stagione
definitivamente tramontata della mia vita, li ricordo sempre con
simpatia.
K.:
Soffermiamoci su "Amarsi un po'...". E' qui che incontri per la
prima volta Nicoletta Elmi. Ricordi qualche impressione su di lei,
in quel primo approccio lavorativo?
G.R.:
Il primo incontro me lo ricordo. Quel giorno fui convocato per
girare nel pomeriggio in una di queste villette dell'Olgiata, vicino
Roma. Quando arrivai c'erano gli attori che si stavano preparando
per la scena che giravano al mattino, fra cui appunto Nicoletta Elmi
e Tawnee Welch. La prima volta notai che era molto carina, e anche
brava, ma la vidi soltanto, perché non avevamo scene insieme.
Giravano la loro scena in un maniero, Tawnee Welch interpretava una
nobile, e Nicoletta Elmi faceva la parte della sua amica, nobile
anch'essa, per cui era vestita da cavallerizza, con gli stivali di
pelle. Mi ricordo la sua figura elegante, la lunga treccia che
spuntava dietro il cappello da tenuta. Insomma, una bella ragazza!
Quel nostro primo incontro fu comunque estemporaneo e
approssimativo.

Ricordo benissimo, invece, il primo ciak di "Amarsi un po'...",
sempre girato all'Olgiata, in quello stesso giorno. Eravamo io e
Tawnee Welch, della quale facevo il fratello. Carlo Vanzina, dopo
quel primo ciak, esclamò arrabbiato: "Questa scena è una vera
cagata". Testuali parole! Perciò pensai, con grande rammarico, che
la mia avventura fosse finita, almeno con loro. Invece, potenza del
destino, non fu così!
In seguito, partecipai al film seguente di Carlo Vanzina, "Vacanze
in America" (1985), e lì c'erano tanti personaggi che avrei poi
incontrato successivamente, in particolar modo Fabio Ferrari, che
interpretò Chicco ne "I ragazzi della 3 C". Ricordo che ci siamo
conosciuti all'aeroporto di Roma, e al terzo giorno passato in
America aveva già nostalgia di casa.
K.:
Dopo il successo strepitoso di "Vacanze in America", vieni
richiamato dai Vanzina per coprire un ruolo di rilevanza in un
prodotto televisivo intitolato "Un anno di scuola", per la regia di
Neri Parenti. La puntata pilota, girata nel 1985, convince i
finanziatori a procedere con la realizzazione di una serie composta
da undici puntate. Come ricordi l’inizio delle riprese de "I ragazzi
della 3 C" (1987), successivamente dirette dal figlio d'arte Claudio
Risi?
G.R.:
La puntata pilota fu carinissima. Già conoscevo Fabrizio Bracconeri,
che poi divenne Bruno Sacchi, perché lo avevo incontrato a una
proiezione di "Amarsi un po'..." a cui parteciparono tutti gli
attori di quel film. In quell'occasione, mi si presentò carinamente,
venne lì da me e facemmo amicizia.
Ricordo che passava spesso sotto casa mia. Allora, praticamente, lui
viveva nella sua macchina, un'Alfetta bianca con effetto stereo a
palla, di solito sentiva Baglioni o Gianni Togni. Suonava al mio
citofono e mi chiedeva, non so perché, sempre la stessa cosa: se
volevo prendere un caffè a Civitavecchia! Penso che gli piacesse
stare in macchina.
Comunque, ci contattarono i fratelli Vanzina. Enrico in particolare.
Ci convocarono in produzione, uno per uno, e quando ci annunciarono
che il telefilm si sarebbe fatto, aggiunsero: "Diventerete molto,
molto noti. Questa serie sarà un successo, affrontatela con impegno
e serietà". Loro ci credevano tantissimo a quel progetto ed esperti
come erano azzeccarono in pieno le previsioni.
Quando, poi, effettivamente girammo la puntata di prova fu
divertentissimo, anche se durò solo dieci giorni. Neri Parenti, il
regista, si era occupato del cast assieme ai Vanzina, e aveva
formato un gruppo bellissimo. Lui era un regista realizzato, di
successo, e riusciva a creare un'atmosfera molto bella. Credo che se
poi si è fatta la serie, è stato anche grazie a lui e alle sue
scelte riguardanti il cast, anche se il vero padre della serie e del
conseguente successo fu Enrico Vanzina.
Poi c'è stato il primo anno, e fu divertentissimo. Ci vedevamo,
uscivamo spesso insieme. Eravamo molto uniti.
K.:
Anche stavolta ti ritrovi in un gruppo di giovani attori
promettenti, fra cui la stessa Nicoletta. Ricordi in che modo
lavorava sul personaggio di Benedetta Valentini?
G.R.:
Lei aveva un'esperienza d'attrice fin da quando era bambina, non era
nata il giorno prima, in senso artistico. Insomma, risolveva il suo
personaggio con molta naturalezza, e lo rendeva benissimo. Poi era
giustissima, con quei lunghi capelli rossi... Sicuramente è riuscita
a dare un'impronta forte al suo personaggio, che a distanza di tanti
anni è sempre tra i più citati.
K.:
Tornando per un istante a noi, come ti sei immedesimato, nei panni
di Daniele?
G.R.:
Cercai il Daniele che era in me. Lo pensai dolce, svagato, e
innamorato.

K.:
Ti rispecchiavi in qualche modo in lui?
G.R.:
Totalmente, o almeno così pensavo allora. Fino ad un certo punto
della mia vita di attore ho sentito questo bisogno di
identificazione completa con il personaggio. Adesso ho smussato i
toni. Inevitabilmente qualche cosa, però, ci portiamo dietro. Ogni
lavoro è un viaggio. E ogni viaggio è una acquisizione interiore.
K.:
Per quanto riguarda Nicoletta, invece?
G.R.:
Non ho idea di come lei potesse sentirsi nel personaggio. Lei era
carina, dolce e solare. Il suo personaggio era notturno, dark e
crepuscolare. Naturalmente, il tutto giocato attraverso la lente
deformante della commedia. Ecco, questo giocoso contrasto, unito
alla simpatia e alle capacità di Nicoletta, ha dato vita alla
riuscita del personaggio.
K.:
Che cosa pensava Nicoletta del suo ruolo e della sua annessa
caratterizzazione?
G.R.:
Non ricordo cosa pensasse del suo ruolo, ma posso immaginare che
dovesse piacergli. In effetti, il personaggio era bello anche sulla
carta. Inoltre, lei lo costruì molto bene. C'era di che essere
soddisfatti.
Forse l'atmosfera del set era lontana dalla sua sensibilità. Si
capiva che non era veramente il suo Mondo, anche perché
l'impostazione del set era data dal regista, il quale era più vicino
all'anima romana di un Fabrizio Bracconeri, e quindi lei, come
Stefania Dadda, come Francesca Ventura, io stesso, rappresentavamo
qualche cosa di diverso.
K.:
Cosa ne pensi tu, invece?
G.R.:
Anche rivedendolo oggi, penso che sia assolutamente uno dei
migliori, dei più belli. Il suo, quello di Antonio Allocca... Chiaro
che i protagonisti erano Fabio Ferrari, che faceva Chicco molto
bene, e Fabrizio Bracconeri, vera star del gruppo, però quella era
l'anima più verace, più romana. Quando c'era Nicoletta, si andava
più sul surreale, e a me quelle scene piacevano, forse anche di più.
Erano carini anche i personaggi di Elias e Tisini, soprattutto in
alcune scene molto azzeccate. Si andava su un piano più paradossale,
anche col professore, alle volte.

K.:
C’è un nesso fra "I ragazzi della 3 C" e i veri giovani della
seconda metà degli anni '80?
G.R.:
Assolutamente sì. Tant'è vero che ci fu una stretta identificazione.
Quando giravamo delle scene in esterno, c'erano addirittura le
transenne. E poi, arrivavano valanghe, valanghe di diari da firmare,
in cui ci dicevano: "Nella nostra classe esistono proprio quei tipi.
Poi
facciamo i giochi: c'è chi fa quello, chi fa quell'altro...".
I Vanzina son sempre stati bravi a interpretare la realtà e quindi
dettero vita a dei personaggi che esistevano, nella vita di quei
giorni e di quegli anni. In ogni classe c'è il "figo", la bella, la
brutta, i fidanzati. Quasi degli archetipi.
K.:
Riguardando il materiale girato per la prima serie, si può notare
che il vostro era un gruppo più che mai affiatato. Come si poneva
Nicoletta, da questo punto di vista? In poche parole, come viveva
nella comitiva, e come si rapportava col resto del cast?
G.R.:
Il primo anno il gruppo rimase molto compatto e unito. Fu un periodo
assai divertente, e segnato da una grande unione tra tutti. Quindi
anche Nicoletta faceva parte di questo gruppo e penso che si
trovasse bene. Poi, col passare del tempo, le cose cambiarono. Anche
il successo, in parte, cambiò le cose. Ma, in definitiva, io non
penso che fosse fino in fondo il suo ambiente, per com’era. Neanche
il mio, se è per questo. Ci stava, ci stava bene, c'era un bel
rapporto di amicizia con noi, però c'erano alcune persone, tra cui
credo anche Nicoletta, che si sentivano meno coinvolte. Si era
creato un set molto romano, si facevano battute di continuo. Ad ogni
modo, io con Nicoletta andavo d'accordissimo.
K.:
Tutti quanti conosciamo bene la Nicoletta Elmi attrice, un tempo
enfant prodige del cinema di genere nostrano e poi caratterista "al
naturale" da giovane, ma sappiamo pochissimo della sua vita privata.
C'è qualche ricordo che ti torna alla mente, pensando alla sua
persona? Cos'è che vive in Giacomo Rosselli, di Nicoletta Elmi?
G.R.:
A questo non so rispondere. So però, che abbiamo sempre avuto un
rapporto simpatico, affettuoso. E questo mi fa molto piacere. So che
la rivedrei molto volentieri e con molto interesse e curiosità.
K.:
Tutti sappiamo i motivi per cui Nicoletta rifiutò di girare la terza
e ultima serie de “I ragazzi della 3 C”, e che molti degli attori
rammentano lo sgretolamento definitivo del gruppo durante la
suddetta. Come ricordi quel periodo?
G.R.:
Il gruppo in realtà non è che si è mai sgretolato veramente, nel
senso che i rapporti di amicizia sono rimasti, negli anni. Proprio
l'altra sera, è venuto a salutarmi a teatro Fabio Ferrari, con cui
siamo amici. Renato Cestié, che è il mio amico storico, lo vedo.
Fabrizio Bracconeri anche. Ricordo però che nella terza serie si
ruppe un meccanismo. Intanto, era cambiata la produzione: i Vanzina,
dopo due anni, cedono i diritti al produttore Claudio Bonivento,
forse perché nell'estate del 1988 era accaduto un fatto drammatico:
era morto in Spagna, in un incidente stradale accaduto durante le
riprese di un film, Giulio Levi, amico di tutti noi, che lavorava
nella produzione con Enrico Vanzina.
Il terzo anno fu il meno bello, perché appunto non c'erano più i
Vanzina, che erano i padri della serie, soprattutto Enrico. Noi
eravamo cresciuti, eravamo tutti dei "vecchietti", quindi ci
spostarono all'università. Non era più una novità, per cui le
puntate erano forse un po' meno belle. Si era perso un po' il
baricentro. Mi ricordo che in quell'anno le puntate non si finivano
mai, c'era un ritardo anche nella lavorazione. Fu meno interessante.

K.:
Dopo il successo de "I ragazzi della 3 C", Giacomo Rosselli torna a
dedicarsi alla messa in scena teatrale a tempo pieno, partecipando
alla rappresentazione di classici quali "Romeo e Giulietta" e "Sei
personaggi in cerca d'autore". Ultimamente, lo abbiamo visto
recitare ne "La parola ai giurati", per la regia di Alessandro
Gassman. Che cosa rappresenta per te il teatro?
G.R.:
Un lavoro. E, credimi, non è poco.
K.:
A cosa ti stai dedicando, in questo momento? C'è qualche progetto
futuro che vuoi condividere con i nostri lettori?
G.R.:
Tanti, tanti. Uno in particolare proprio con Alessandro Gassman, e
spero che nel 2010 vada in porto. Poi ho dei progetti con la mia
associazione culturale: c'è una rassegna di nuova drammaturgia dal
Mondo, che è un progetto per Ottobre, e uno spettacolo tratto da un
testo di Garcia Lorca degli anni '30, che si chiama "Di qui a cinque
anni". Tanti, tanti, tanti. I progetti non mancano.

Giacomo Rosselli nasce a Milano il 24 Gennaio del 1961 (Acquario).
A soli diciotto anni riceve il primo ruolo da protagonista nel film
"Improvviso" (1979), scritto e diretto da Edith Bruck. Negli anni
'80, viene visto recitare in alcune commedie disimpegnate, come
"Segni particolari: bellissimo" (1983), di Castellano e Pipolo, e
"Vacanze in America" (1985), di Carlo Vanzina. Alla fine del
decennio, raggiunge molta notorietà partecipando alla serie TV
"I ragazzi della 3 C" (1987), diretta da Claudio Risi.
Attualmente, prosegue la sua carriera d’attore sui palchi teatrali
di tutta Italia, dirigendo nel frattempo anche un’associazione
culturale.
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